Responsible Innovation 18 Giugno 2021

GILBERTO CALZOLARI WSM

 

Chi è Gilberto Calzolari oggi? 

Se mi guardo indietro, vedo in questi ultimi 4 anni passati a lavorare alla mia start up un percorso fatto di tanta passione e dedizione volto a portare valore a cercare di essere fiero di un settore per il quale lavoro, la moda, che amo tanto e a cui ho dedicato praticamente tutta la mia vita, da quando ero piccolo con mio padre venditore e buyer di tessuti fino agli oltre 15 anni passati come assistente nelle più importanti maison del lusso Made in Italy. Sempre più motivato nel mio percorso, nel migliorarmi come persona e come designer e nello sperimentare attraverso le mie collezioni, non ho mai avuto paura nell’esprimermi e nel seguire il mio istinto, il mio gusto, le mie scelte etiche ed estetiche e nel credere fermamente nei principi di qualità e nell’artigianalità di un Paese come il nostro, e nella creatività che ci distingue in tutto il mondo.

Quali sono gli elementi estetici che definiscono il tuo stile?

Giocare con i “cortocircuiti estetici” è sicuramente uno dei tratti distintivi del mio brand, nonché, a mio avviso, una delle cifre della contemporaneità. Mi piace l’armonia di elementi dissonanti tra loro, apparentemente in contrasto, dove il dettaglio insolito e inaspettato getta nuova luce e aiuta a reinterpretare un capo sovrapponendo estetiche diverse: elementi maschili e femminili che si mescolano, elementi retro o appartenenti a un romantico malinconico che vengono completamente rivisitati in chiave high-tech e futuristica. Amo creare capi di alta qualità pensati per durare nel tempo e volti a valorizzare l’individualità di donne autentiche, consapevoli e determinate. In tutte le mie collezioni non possono mancare i riferimenti alla natura, perché è una costante fonte di ispirazione, ma intervengono anche influssi diversi, dall’arte, alla tecnologia, alla scienza, partendo dalla biologia. Prima ancora che il 2020 ci mettesse di fronte a una vera e propria catastrofe storica parlavo di una natura spesso manipolata e di prodotti e artefatti ibridi, in mutazione, come nella collezione FW 19-20 intitolata “UnNatural”.

Come è cambiata la tua idea di sostenibilità oggi rispetto ai tuoi inizi?

Non è cambiata ma è in evoluzione: sempre ferma su principi fondamentali dove etica ed estetica devono viaggiare, e che si arricchisce passo passo di studi e approfondimenti continui che vanno dalle materie prime impiegate, con un’attenzione particolare alla scelta del tessuto - perché nella produzione dei capi è l’elemento che impatta maggiormente sull'ambiente - da filati riciclati a fibre biologiche certificate; ad avere una filiera produttiva in outsourcing controllata e locale, attenta agli sprechi e al carbon footprint; alla scelta attenta dei partner che condividono i miei stessi obiettivi etici; al riuso creativo come l’upcycling, a partire dall’abito realizzato recuperando dei sacchi di juta del caffè del Brasile e ricamato con cristalli Swarovski senza piombo, con cui mi hanno conferito il prestigioso Franca Sozzani GCC Emerging Designer Award nel 2018. Oggi sono sempre più convinto che non si possa attuare una vera moda sostenibile se al rispetto e all’attenzione nei confronti della natura non si lega anche un’attenzione e un rispetto profondo per il genere umano. 

Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare nel tuo lavoro legato alla sostenibilità?

La sfida più grande è ancora in atto e credo sia la più difficile: la vera moda green ad oggi è un lusso ma deve diventare una rivoluzione alla portata di tutti. Se si guarda all’intera filiera, il cambiamento è già in atto e in pochi anni sono nati sempre più tessuti sostenibili all’avanguardia. Ma la strada da fare è ancora tanta: i buyer e i retailer devono iniziare a investire sulle nuove generazioni e a comprare più moda sostenibile perché la gente lo chiede, le nuove generazioni, responsabilmente preoccupate per il loro futuro e le sorti del pianeta, lo reclamano. Inoltre sono convinto che una moda autenticamente sostenibile nel nostro Paese non possa che coincidere con un ritorno a un autentico Made In Italy, un valore che purtroppo si è perso e va recuperato. Ma bisogna analizzare le cause, come l’aver inseguito i ritmi della fast fashion con troppe collezioni annue e l’aver delocalizzato le produzioni in Paesi dove la forza lavoro è più a buon mercato per aumentare i margini di profitto o essere più competitivi. Per un vero cambiamento occorre che tutti facciano la loro parte, compresa una politica nazionale che oggi purtroppo non agevola le piccole imprese e l’artigianato, e che negli anni ha spinto sempre più aziende a rivolgersi all’estero per produrre i capi d’abbigliamento. Tutto ciò a discapito della qualità e di un know-how che si va perdendo. 

Come vedi il mondo della moda sostenibile da qui ai prossimi 10 anni?

Sono convinto che non sarà più considerato un trend ma una priorità, un'esigenza condivisa e richiesta non più solo dai clienti più attenti e consapevoli ma dalla moltitudine dei consumatori in tutto il mondo. La gente sta iniziando a rinunciare a indumenti provenienti da brand non aderenti a standard etici e che non utilizzano materiali eco-friendly. Già ora sempre più aziende si sforzano a garantire produzioni più green tramite un approvvigionamento responsabile delle materie prime e senza lo sfruttamento della manodopera, naturalmente senza rinunciare allo stile. Certo, il rischio del green-washing c’è sempre e questo richiede di tenere l’attenzione sempre vigile. Non dev’essere un semplice trend, ma un vero e proprio committment. Sostenibilità, tracciabilità, circolarità e consumo collaborativo: sono queste alcune delle parole chiave del futuro della moda sostenibile. Significa ripensare ai materiali, alla loro provenienza, alla loro durata, al loro smaltimento e, soprattutto nel caso di materiali sintetici, alla possibilità di scomporli e riutilizzarli per evitare sprechi. Una visione circolare crea impatti positivi per l’intera comunità.

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