MAGAZINE 18 Giugno 2021

CLANDESTINA SS22

 

Quali sono i codici, i punti di riferimento imprescindibili del brand?

«Immagina di essere nato nella Cuba degli anni Ottanta dal Misha sovietico e dal Bambi disneyano. Sei cresciuto ballando, in una crisi economica permanente, tra utopia socialista e discorsi imperialisti. Occupazioni, musica, mojito, compagni di classe felici, un’ossessione per lo sport e la biotecnologia, e ancora crisi, hanno fatto di te il designer ideale del nuovo millennio. Clandestina è figlio di tutto ciò, un brand cubano (quasi) puro per un fashion system imperfetto e sfidante». 

Puoi parlarci della collezione che presenti al White? Ispirazioni, key pieces, materiali ecc.

«Borse in nylon ricondizionato, denim e t-shirt sono i prodotti di punta della nostra linea Sports Glories. Non è una collezione pensata per gli atleti ma uno statementsu come sia necessario tenersi pronti a correre nella vita quotidiana: camicie da bowling con stampe di auto sovietiche e lucenti vestaglie da box gender fluid, adatte a una gara dove aspettative e realtà collidono, come nei giochi Olimpici. È il nostro team, il team Cuba».

Quella della sostenibilità è ormai una questione cruciale per il settore del fashion (e non solo), da questo punto di vista come si pone il tuo marchio?

«Essere sostenibili per noi non è una scelta, si tratta dello stile di vita cubano, è nel nostro Dna. Ricicliamo perché non possiamo permetterci di sprecare nulla. Ci mancano le risorse, la nostra industria è obsoleta e non abbiamo infrastrutture economiche in grado di supportare produzioni su larga scala... Èesattamente questo il motivo per cui lavoriamo con tutto ciò che troviamo. Applichiamo in qualunque situazione della vita questo approccio “risolutivo”, una capacità innata di trovare una soluzione (per quanto folle possa sembrare) ai problemi più disparati, traendo il massimo da ogni cosa».

Nell’epoca di social, comunicazione ininterrotta e cambiamenti continui, su cosa dovrebbe puntare un brand per ritagliarsi un suo spazio e attirare l’attenzione del pubblico?

«La risposta sta nella trasparenza, nel rimanere coerenti rispetto alla propria storia, a chi si è e alle sfide affrontate per arrivare dove ci si trova ora, nel restare leali a chi ci ha sostenuto fin dall’inizio e alla propria comunità. Il miglior modo per connettersi (su e oltre i social media) è aprirsi a tutti loro, svelandogli i processi interni che conferiscono valore al nostro prodotto finale. Condividere tutte le fasi dello sviluppo permette ai marchi di mostrare le buone pratiche lavorative, la produzione locale, i processi innovativi e i principi legati alla sostenibilità. Così facendo, inoltre, si educano i clienti, illustrandogli il valore dei prodotti upcycled, l’importanza di recuperare vecchi capi di abbigliamento conferendogli un ruolo attivo, dandogli una seconda opportunità».

Credi sia importante mettere l’accento sulla lavorazione e, in generale, sul processo produttivo dei capi? E, nel caso, come comunicare al meglio tutto ciò?

«Alcuni brand hanno bisogno di costruire dele narrazioni per adeguarsi agli obiettivi della sostenibilità, mentre altri mostrano soltanto il loro processo produttivo. I laboratori di Clandestina realizzano tutti i capi della nostra linea Vintrashe: sono fatti a mano a Cuba, da donne che lavoravano nell’unico stabilimento tessile rimasto nel paese, in un’umile cittadina chiamata Cayo La Rosa; quando la fabbrica ha chiuso i battenti, sono rimaste senza lavoro. Le abbiamo assunte da Clandestina e hanno iniziato a lavorare con materiali rigenerati e capi upcycled. Queste donne creano costantemente nuovi articoli con materiali di seconda mano, rappresentano perciò il cuore dei nostri principi sostenibili».

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